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INTERVISTA A TIZIANO TERZANI
Cosa significa per lei
viaggiare?
Significa
calarsi il più possibile nella realtà che si incontra. Lasciarsi guidare dalla
curiosità. E seguire un filo. Quando viaggio mi lascio guidare dal caso, dagli
incontri fortuiti e dall'imprevisto. Come mi è successo a novembre in
Afghanistan, quando ho incontrato in un bazar di Peshawar un capo dei talebani.
Sempre in Afghanistan mi sono fatto guidare da due studenti delle scuole
coraniche. Mi hanno aiutato a vedere il mondo con i loro occhi, altrimenti avrei
viaggiato utilizzando solo i miei occhi e i miei pregiudizi, andando solo dove
le mie scelte mi portavano.
Cosa porta in un viaggio?
Medicine, un
computer, dei block notes e qualche libro. Prima di partire attingo sempre alla
piccola biblioteca che mi sono costruito. Il viaggio vero è solitario. Alle
volte però si ha bisogno di compagnia, e allora i migliori compagni per me sono
i libri: stanno zitti quando non li vuoi sentire e parlano quando li vuoi
ascoltare. Ti danno moltissimo senza chiedere nulla e ti aiutano a capire senza
ingombrarti.
Qualche
regola per entrare in contatto con la realtà e la cultura del Paese in cui si
arriva...
La prima è non
andare mai negli alberghi per turisti. Nel mio caso, non dormo mai negli
alberghi frequentati dai giornalisti, dove c'è un'orribile inseminazione
reciproca di voci e di sciocchezze. A Islamabad vivevo in una pensioncina nella
città universitaria. L'albergo di lusso per turisti fa parte della giostra ad
aria condizionata da cui ti fanno vedere un Paese. Tutt'altra cosa è partire
dalla casa da tè del bazar dei raccontastorie di Peshawar. C'è sporco per terra
e si mangia il pane azzimo invece delle brioscine.
Come si veste?
Cerco di
cammuffarmi un po', non per fingere ma per partecipare, per immedesimarmi. Tra
me e l'altro c'è un'enorme distanza, spesso incolmabile. Se camaleonticamente
prendo un po' il colore dell'altro, per esempio vestendomi come lui, questa
distanza si accorcia. In questo modo sono stato l'unico occidentale non
musulmano a partecipare in Pakistan all'annuale riunione di un milione e mezzo
di musulmani vicino a Lahore. Se fossi andato in giacca e cravatta con la
macchina fotografica non avrei certo vissuto quell'esperienza.
Che differenza c'è tra il
turista e il viaggiatore?
Il turismo
consuma tutto. L'industria turistica è orribile non solo per fenomeni come la
pedofilia e il mercato del sesso, ma perché ha creato una mentalità da
prostituzione. Si vende tutto di un luogo e delle persone che lo abitano pur di
fare soldi. Come è accaduto della mia città, Firenze, trasformata in un'enorme
bottega. Il turista scende da un aereo con l'aria condizionata e viene prelevato
da un autobus con l'aria condizionata. Negli alberghi trova la cucina
internazionale che è uguale dappertutto e si lava con un sapone che è lo stesso
a Roma e a Timbuktu. Da noi viene caricato su una barchetta al largo di Benares,
fa quattro foto e torna dicendo di aver visto l'India.
E il viaggiatore?
Per tornare
viaggiatori bisognerebbe ritornare a essere come gli unici veri viaggiatori: i
pellegrini. Solo così è possibile salvare il turismo e le sue destinazioni. In
Cina, secoli e secoli fa il primo turista è stato uno che ha lasciato la sua
casa per cercare in India le scritture sacre, i testi vedici, che poi ha
tradotto dal sanscrito al cinese e sono ancora oggi conservati in due pagode nel
sud del Paese. Il pellegrino è uno che ha rispetto, che venera il posto in cui
va.
Un paio di consigli per
tornare a essere viaggiatori...
Bisogna darsi
tempo. Chi pensa di fare tutto in tre giorni, visitando ogni ora qualcosa, ha
finito di vivere il viaggio, non può mai lasciarsi andare. Si dovrebbe poi
viaggiare alla ricerca di qualcosa. Ci può essere chi è mosso dal desiderio di
conoscere un posto dove si coltiva la barbabietola in modo diverso. è già
qualcosa, è una ragione per viaggiare. Bisogna prepararsi alla scoperta, leggere
qualcosa di bello, ritrovare la poesia del viaggio.

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